Mundari: preistoria che vive.

Navigare il Nilo
Nel mese di marzo 1975 navigammo il Nilo Bianco verso le sorgenti, per un lungo tratto, su un vetusto battello, per poi raggiungere, con i nostri fuoristrada e a piedi, la regione dell’ Alto Nilo Bianco in Sudan.

I Mundari: popolo di pastori
Eravamo giunti fin lì per documentare la vita di un gruppo etnico, i Mundari, ancora immerso in quegli anni, nel più lontano passato.

Popolo di pastori ma, talvolta, anche cacciatori di elefanti, abitavano una vasta regione di acquitrini chiamata dagli arabi “Sudd”, parola che significa ostacolo: una barriera di paludi e canneti.

L’accampamento
Ci fermammo in un accampamento Mundari, un “kraal”, composto da ripari di paglia e rami. Al centro erano radunati tutti i bovini appartenenti alla comunità. Il campo appariva improntato a una grande precarietà e non era certamente molto dissimile da quelli neolitici.

 

Tra i pastori e gli animali vi era un rapporto di simbiosi. Senza di loro gli uomini non avrebbero avuto cibo sufficiente ( latte, burro, formaggio). Così come i bovini sarebbero morti per le malattie trasmesse dagli insetti e parassiti e, anche, per gli attacchi di animali predatori.

 

Il paese degli insetti
Ci trovammo a vivere circondati da miriadi d’ insetti. Di giorno c’erano le mosche , le “miek”, richiamate dal numeroso bestiame, durante la notte erano, le zanzare anofele ad arrivare dagli acquitrini e dal fiume, vettrici del plasmodio della malaria. Contro le zanzare i Mundari usavano lo sterco dei bovini. Erano i bambini a raccoglierlo.

Seccato al sole veniva bruciato e il fumo denso e pesante che stagnava a livello del suolo creava una cortina che avvolgeva uomini e animali e teneva lontane le zanzare

La “doccia” mattutina
Se il fumo della combustione non era sufficiente, i pastori si bagnavano anche con l’urina dei bovini che, contenendo ammoniaca, fungeva da repellente e, probabilmente, alleviava anche il bruciore delle punture. Frequentemente vedemmo i pastori fare la “doccia” di orina sotto un bovino, al risveglio degli armenti.

Proteggersi con la cenere
Sistemi di difesa elaborati nel corso di generazioni, ai quali si aggiungeva la cenere prodotta dalla combustione dello sterco, che i pastori usavano per cospargersi i corpi e i capelli.

Con la cenere i padri coprivano con cura il corpo dei figli più piccoli dopo averli lavati con l’orina.

I bambini erano la loro grande ricchezza ai quali dedicavano tutte le possibili cure.

Difendere i bovini
La cenere veniva stesa anche sul dorso dei bovini : così, erano, pure loro, protetti dagli insetti. Non solo. Con questo gesto i pastori si mettevano in contatto con lo spirito degli antenati che invocavano per la loro salute e quella degli animali.

 

Cantare le lodi 
Durante il nostro soggiorno vedemmo i pastori intonare canti e danzare davanti agli animali preferiti. Un atteggiamento che, anni dopo, ritrovammo in alcune incisioni rupestri del deserto, dove il graffito mostrava un uomo adorante con le braccia alzate di fronte a un bovino.

Il salasso
Marzo è il mese della grande calura. Le scorte di mais e di sorgo erano ridotte al minimo. I pastori soffrivano la fame. Era indispensabile salassare i bovini, per ottenere il sangue necessario al loro sostentamento. Durante il nostro soggiorno vedemmo effettuare molte volte i salassi. Una corda veniva stretta intorno al collo dell’animale, immobilizzato da robusti pastori. La pressione del sangue provocava il rigonfiamento della vena giugulare . Un pastore abile scoccava una freccia che incideva la vena.

Uno zampillo di sangue più prezioso del latte, usciva dalla ferita. Non una goccia doveva essere sprecata. Erano i giovani pastori a raccoglierlo in una “calebasse”. Pochi minuti erano sufficienti a riempire metà del recipiente: poi la corda veniva allentata e il sangue cessava di fluire. Il salasso non causava conseguenze all’animale. Si ottenevano così delle proteine senza uccidere gli animali, insostituibili dispense viventi..

Alimentarsi con il sangue
Al sangue venivano aggiunte alcune gocce di orina per evitare che coagulasse. Le donne lo facevano cuocere sul fuoco, serviva a insaporire e a variare la quotidiana polenta di sorgo.

Bere dalle mammelle
La fame, soprattutto nei più giovani, era grande. Sovente li vedemmo dividere con i vitelli il poco latte delle mucche, attaccandosi direttamente alle mammelle, non prima però di aver lasciato sfamare i vitelli. I loro preziosi animali avevano sempre e comunque la precedenza.

La produzione di latte
Quando le mucche davano poco latte, i pastori soffiavano nella vagina dell’animale a lungo. Un’azione quantomeno rivoltante il cui scopo ci sembrò incomprensibile, anche se i pastori ci dissero che serviva ad aumentare la produzione di latte.

Caccia all’elefante
Durante di periodi di grande carestia i Mundari si cimentavano nella caccia agli elefanti. Seguivano a lungo un branco fino a quando individuavano un animale isolato, non protetto dal gruppo. Il capo caccia, dopo aver cosparso il corpo con lo sterco del pachiderma per coprire il suo odore di uomo, si avvicinava strisciando all’animale e gli recideva, con una tagliente scure, il tendine di una zampa posteriore impedendogli di fuggire. Rapidamente veniva circondato dagli altri cacciatori e abbattuto a colpi di lancia.

 

Il recupero della carne
Dopo gli inevitabili momenti di euforia, i cacciatori incominciavano a macellare la preda che fornirà cibo abbondante a tutto il villaggio e allontanerà la fame. Era una caccia di sopravvivenza certamente non molto dissimile da quella effettuata dagli uomini della preistoria.

 

Conservare la carne
Era però necessario conservare la carne. I Mundari, come tutti i cacciatori, la tagliavano in strisce per poi appenderla a seccare al sole.

Quando l’aria era umida preferivano affumicarla, stendendola su un traliccio sotto il quale accendevano un fuoco di legna e foglie che sviluppava molto fumo.

Caccia alla giraffa
Oltre agli elefanti i Mundari cacciavano anche le giraffe che catturavano servendosi di una ingegnosa trappola già in uso nell’Egitto faraonico.

Un cerchio di legno con punte mobili convergenti verso il centro, veniva posto sopra un buco scavato nelle vicinanze di un punto d’acqua. Quando una giraffa introduceva una zampa nella trappola (fissata con una fune ad un masso) le punte mobili si chiudevano, come una tagliola, intorno alla zoccolo, impedendole di fuggire.

Presso il Museo Castiglioni è possibile scoprire numerosi reperti etnologici ed archeologici.

Tutte le immagini fotografiche, i disegni e i testi di questo articolo sono di proprietà esclusiva dei fratelli Alfredo e Angelo Castiglioni. Qualsiasi riproduzione, anche se parziale, è vietata. Per ricevere autorizzazione all’utilizzo si prega di contattare il Museo Castiglioni.

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