L’esplorazione del deserto nubiano sudanese

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Uadi Terfowi. La concessione Ce.R.D.O-Castiglioni
Quando a metà del 1980 i fratelli Alfredo e Angelo Castiglioni domandarono alle autorità archeologiche del Sudan (NCAM ) il permesso a svolgere ricerche archeologiche nel deserto della Nubia si sentirono rispondere: “cosa sperate di trovare nel deserto? E’ un vuoto archeologico”. Nulla di più inesatto. Dopo venticinque anni di ricerche, i fratelli Castiglioni hanno scoperto e documentato un mondo dimenticato: numerose miniere aurifere, tracce di vita preistorica, graffiti e geroglifici incisi su roccia e, nel 1989, ritrovarono una città di cui si era perso il ricordo: Berenice Pancrisia.

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Un uadi alberato
Nel corso delle nostre esplorazioni, abbiamo percorso l’Uadi Terfowi, il letto asciutto di un antico fiume: una straordinaria oasi verde circondata da distese di sabbia e rocce.

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La vita nell’uadi
Sorprendente è la vita animale e vegetale che prospera nell’uadi: gazzelle Dorca, e numerosi fiori, sbocciati in pochi giorni dopo sporatiche piogge.

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Un rimedio contro i veleni
Ci sono anche le infestanti e striscianti Clorochintide (colocyntis vulgaris). Un sudanese dell’èquipe ci dice che il loro succo, mescolato con zucchero, è un antitodo contro il morso di serpenti e scorpioni.

 

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La capacità di “viaggiare”
“Zucche che possono viaggiare”. Così le ha definite ancora il sudanese. I frutti, maturi e leggeri, si staccano dalla pianta e rotolando, spinti dal vento, percorrono ampi spazi. Poi il calore le frantuma e i semi si sparpagliano, originando nuove piante.

 

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Una pianta utile: l’Arak
Nell’uadi incontriamo frequentemente cespugli dalle foglie chiare. È l’Arak, un dentifricio naturale. I rametti, masticati e sfibrati a un’estremità, rilasciano una linfa che pulisce e rende bianchi i denti. Qualcuno dell’èquipe ne fa incetta: li venderà al mercato di Khartoum.

 

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Gli insetti
L’uadi è anche il regno di numerosi insetti: i più comuni, oltre alle mosche, sono le locuste, le mantidi religiose e gli scorpioni. Le condizioni climatiche e ambientali sono favorevoli anche alla vita umana, oggi come nel passato.

 

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Attendamento Beja
Incontriamo un attendamento Beja Hadendoa nelle vicinanze di un pozzo probabilmente antico come si può ipotizzare dal sapiente incastro di pietre.

 

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Sulle rocce, a lato del pozzo, sono incisi alcuni graffiti: forse il ricordo di antiche lotte per difendere o impossessarsi della preziosa acqua.

 

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I villaggi minerari
Quasi a metà della lunghezza dell’uadi, troviamo numerosi insediamenti minerari per l’estrazione dell’oro dal quarzo aurifero. Altre miniere, con gli antichi ricoveri di minatori a pianta circolare o rettangolare, si trovano nelle vicinanze.

 

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Gli utensili litici
Disseminati intorno ai ricoveri, giacciono sulla sabbia, macine a sfregamento, le più antiche, forse risalenti al periodo faraonico, accanto a macine a rotazione, più recenti, tolemaiche e arabe. Erano gli utensili indispensabili per polverizzare il quarzo e liberare le pagliuzze d’oro: otto, dieci grammi per tonnellata di quarzo.

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Un lungo sfruttamento del quarzo
Lo sfruttamento delle vene di quarzo aurifero si è protratto dal periodo faraonico fino in epoca medievale araba. Lo dimostra il ritrovamento di frammenti ceramici egizi e arabi e, in alcune miniere, anche dal perimetro di semplici moschee con il mirhab orientato verso la Mecca. Un luogo di culto utilizzato anche dagli islamici della nostra équipe.

 

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L’ubicazione delle miniere
Alcuni tra gli insediamenti più estesi sono costruiti ai piedi di colline o all’ingresso di uadi secondari, protetti dal vento. Normalmente si tratta di costruzioni aggregate in pietre a secco, con muri divisori. Troviamo anche un vaso intatto: forse una riserva d’acqua per i minatori.

 

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Il pallone sonda
Non essendoci ancora i moderni droni, abbiamo utilizzato, per le foto aeree, un pallone sonda al quale era applicata una macchina fotografica, azionata dal basso con un radiocomando. Ci ha permesso di ottenere una visione d’insieme della zona mineraria e degli scavi archeologici.

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Tombe a piattaforma circolare
Numerosi sono i tumuli a piattaforma circolare di grandi dimensioni, ubicati normalmente sulla cima delle colline. Probabilmente risalgono al periodo Beja preislamico.

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Tombe profanate
Quasi tutte le tombe a piattaforma circolare erano state profanate, forse in epoca medievale araba, durante la prima corsa all’oro tramandataci dalle fonti storiche. Infatti, negli anni tra l’820 e l’830 della nostra era, gli arabi d’Egitto, durante una spedizione punitiva contro i Beja, scoprirono le miniere d’oro e le tombe che saccheggiarono alla ricerca di oggetti d’oro.

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Veduta aerea
Dall’alto abbiamo fotografato una tomba da noi scavata, circondata da una larga recinzione di pietre. Sono stati portati alla luce i resti di un giovane deposto in posizione fetale, accompagnati da cinque dischetti d’oro. Un frammento di cuoio ha permesso di datare, con il C14, il tumulo al VII secolo d.C.

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Gli scavi archeologici
Nel corso della missione sono stati scavati alcuni di questi tumuli dal diametro di dieci e più metri ancora intatti, che ci hanno restituito importanti arredi funerari (sito C.19). Sono state trovate anche sostanze organiche che fanno risalire le inumazioni al periodo beja preislamico dal VII all’VIII secolo, prima della conquista del paese dell’oro da parte degli arabi.

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Presso il Museo Castiglioni è possibile scoprire straordinari reperti etnologici ed archeologici.

Tutte le immagini fotografiche, i disegni e i testi di questo articolo sono di proprietà esclusiva dei fratelli Alfredo e Angelo Castiglioni. Qualsiasi riproduzione, anche se parziale, è vietata. Per ricevere autorizzazione all’utilizzo si prega di contattare il Museo Castiglioni.

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